Salvare San benedetto

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IL MONUMENTO 


L’evoluzione storica si legge meglio e si interpreta con maggiore chiarezza attraverso i "tempi lunghi". Così dicono gli storici, e aggiungono che se il periodo che ci interessa conoscere si colloca piuttosto lontano dall'epoca moderna, allora è fondamentale che lo studio possa essere sostenuto da adeguata e varia documentazione. E, certo, un'indagine che parta da anni antecedenti al Mille, di documenti ha essenziale bisogno. Anzi, diventa imprescindibile il complesso della documentazione disponibile, quando si pensi di accompagnare l'indagine storica con una operazione di natura divulgativa: l'organizzazione di un evento espositivo. È quello che si sta facendo in Conversano, preparando una grande mostra sul celebre Monstrum Apuliae, il monastero premillenario di San Benedetto, nato nell'anno 957 e soppresso per autorità regia nel 1810, dal francese Gioacchino Murat re di Napoli.
Il San Benedetto di Conversano è ben noto a studiosi di storia e di arte. Se ne sono occupati in tanti, interessati alle vicende del monastero maschile: la sua affermazione sul territorio grazie alle intese con il potere politico dei Normanni, che gli assegnarono grandi possedimenti e gli riconobbero un ruolo feudale; le sue prerogative spirituali, concesse dai pontefici romani che lo sottrassero alla giurisdizione vescovile e lo ammisero alle dirette dipendenze della Santa Sede; il generale riconoscimento di Monastero Nullius, che attribuiva al suo abate un potere "quasi vescovile".
Quella fitta e articolata rete di relazioni - spirituali, politiche ed economiche - che gli abati intesserono per oltre due secoli, e che si estendeva sul vasto territorio pugliese e giungeva fino a Montecassino legandosi al potere sovrano prima dei Normanni e poi degli Svevi, si spezzò improvvisamente nel 1266.
La caduta degli Svevi e l'arrivo a Napoli degli Angioini di Francia produsse anche in Conversano fatti traumatici: non solo con la 'normale' occupazione del potere comitale da parte di nuovi signori, ma anche con l'allontanamento dei frati benedettini dal loro monastero.
Arrivò una nuova comunità monastica: erano monache cistercensi venute dall'opposta sponda adriatica. Erano capeggiate da Dameta, che non è sicuro che portasse il nome dei Paleologo (famiglia che aveva rivestito il ruolo di imperatori d'Oriente), ma che di certo assunse l'autorità e le prerogative feudali e religiose che erano state degli abati benedettini di Conversano. E cominciò un nuovo periodo storico. Chi ha studiato la storia di questo monastero si è avvalso innanzi tutto di un grande patrimonio documentario: centinaia di pergamene del periodo bizantino, normanno e svevo conservate nell'eccezionale archivio del monastero (oggi nell'Archivio Diocesano di Conversano) hanno fornito la base indispensabile alle indagini. Un patrimonio prezioso, che ha permesso di entrare nella vita della comunità monastica e, più in generale, di quella cittadina, di seguire l'evoluzione delle istituzioni politiche e religiose dell'epoca, di percorrere i luoghi, le città, il territorio pugliese, e di affacciarsi sul panorama della grande storia, tra Chiesa e sovranità regia e imperiale.
Ma un'altra eredità i benedettini avevano prodotto in quei secoli e poi lasciata “sul campo” al momento del loro abbandono nel 1266: il prestigioso insediamento monastico impiantato sulla parte alta della collina di Cupersanum, subito a ridosso delle vestigia antiche (le mura "megalitiche" del 1V secolo a.C.) che la città medievale aveva riutilizzato a sostegno della propria cinta difensiva. Chiesa e monastero, che soprattutto gli storici dell'arte hanno scandagliato nelle loro parti, vengono a costituire tra XI e XIII secolo non soltanto l'ambiente della vita quotidiana e per le pratiche religiose della comunità monastica, ma un obbligato punto di riferimento per l'intera collettività locale: alla chiesa altomedievale è seguita quella a tre navate, con quella centrale coperta da cupole in asse; un piccolo chiostro abbellito da colonnine e capitelli scolpiti s'interpone tra chiesa e ambienti monastici; un campanile normanno (tra i più antichi di Puglia e integro nella sua struttura) fa da notevole richiamo visivo e sonoro.
L'imponente edificio datato alla seconda metà dell'U secolo, solido e compatto nella sua struttura, ma pure dotato di elementi decorativi (mosaici, sculture, lastre intagliate) che conferiscono alle facciate e agli spazi claustrali un tocco di raffinata originalità, è la testimonianza che l'Ordine benedettino ha saputo svolgere nella regione un ruolo di primo piano anche nella programmazione e nella realizzazione degli interventi insediativi, prima ancora che le sedi vescovili dessero avvio alla grande stagione delle cattedrali romaniche.
Nel XIII secolo, come s'è detto, entrano le suore nel nostro monastero. E sono donne determinate ed abili. Riprendono il controllo Capillare dei possessi del monastero, mantengono e consolidano per molti aspetti le relazioni sul territorio, assumono in pieno il ruolo e le prerogative a cui erano chiamate dalle concessioni papali e regie. Certo, dalla loro sede di rigida clausura, esse si fanno rappresentare da economi, procuratori, avvocati maschi. Ma sono presenti con sicurezza e autorevolezza nelle sedi giuridiche ed ecclesiastiche in cui le necessità e le circostanze le conducono: ora per far valere diritti e privilegi, ora per esercitare i loro compiti istituzionali, ora per contrastare rivendicazioni e persino immotivate pretese. E, dunque, con grande impegno sempre, con la meticolosità tipicamente donnesca, con l'avvedutezza di chi interpreta e previene gli atteggiamenti e le intenzioni di chi si ha di fronte, si muovono e agiscono lungo i secoli che giungono fino all'Ottocento.
Chi sono queste benedettine che hanno animato e arricchito la vita del San Benedetto di Conversano?
Per il periodo che si protrae fino al XVI secolo si può presumere che gli ordinamenti monacali si siano adeguati alle disposizioni dell'Ordine:
vita sobria e ordinaria, oculata amministrazione del proprio patrimonio, attenzioni non eccessive verso il potere politico. Ma pur sempre sul monastero e al suo interno convergevano interessi non di poco conto, che le famiglie di provenienza delle suore alimentavano e soddisfacevano, e che le badesse amplificavano attraverso le estese relazioni esterne e trasferivano nell'ambiente locale. E questo significava far elevare i ruoli, il prestigio, le potenzialità del cenobio: confermare e accrescere i privilegi, dotarsi di una struttura amministrativa competente, riservare l'accesso al monastero a persone del ceto sociale benestante e nobile. Ad un certo momento (e siamo tra XIV e XV secolo) è la successione delle badesse ad attestare, con i nomi delle D'Enghien, Orsini, Acquaviva, l'avvio della fase 'nobile'. Siamo nei primi anni del '500 e il monastero si lega a doppio filo con la casa Acquaviva d'Aragona, signori di Conversano dalla metà del secolo precedente. Le figlie dei conti entrano nel monastero e, con una continuità solo brevemente interrotta verso la metà del secolo successivo ma sostanzialmente ripresa fino allo scadere di quel secolo, rimangono protagoniste incontrastate. La serie delle badesse Acquaviva si legge non solo nella ormai sterminata documentazione stratificata nell'Archivio, ma soprattutto sulle epigrafi scolpite nella pietra della chiesa e del monastero.
Questa relazione si gioca lungo una duplice direzione: per un verso le benedettine affidano alla casa comitale il ruolo feudale di cui sono rivestite (e quindi affittano ai conti la terra di Castellana, che da loro dipende), viceversa si espongono al peso dell'influenza - aristocratica, culturalmente alta, esuberante e barocca - che proviene dalla sede del castello e che investe l'intera città con un vasto programma di rinnovamento. Le trasformazioni introdotte dalle badesse Acquaviva riguardano, come è logico aspettarsi, gli aspetti devozionali e liturgici: dalla fondazione di una cappella e della confraternita intitolate alla Vergine del Rosario (a seguito della vittoria di Lepanto sui turchi e del dettato controriformistico), al culto dei santi Benedetto e Bernardo (capostipiti dell'Ordine e proposti a protettori della città). Ma presto avviano un profondo cambiamento della sede monastica e della chiesa medievale. La prima si amplia con la creazione di strutture produttive e per la conservazione delle riserve alimentari (ad es. il trappeto, le grandi cisterne, gli ambienti di deposito), ma soprattutto con l'edificazione delle grandi fabbriche monastiche, le quali occupano tutti gli spazi un tempo liberi intorno alla chiesa e organizzati dal primo Seicento a formare un vero e proprio isolato urbano dalle grandi dimensioni.
La chiesa viene saggiamente conservata nella sua veste esterna, salvo aggiungere un elegante portale di gusto classico, ma profondamente trasformata al suo interno con l'immissione di ricchi altari dorati, di dipinti ad olio, di suppellettili pregiate, opere richieste a maestranze qualificate, ad artisti di grido, a ditte napoletane e romane. Insomma, è l'esplosione del barocco a manifestare ruoli e funzioni, potere e devozione, relazioni e committenze che questo importante istituto si può permettere. E quelle badesse (Beatrice, Barbara, Isabella, Caterina, Marianna Acquaviva) non si esimono affatto dalla esibizione più eclatante: alla città intera offrono la vista dell'imponente campanile innalzato nel 1655 sul portale d'ingresso, qualificato dagli stemmi dell'Ordine benedettino e della casa Acquaviva d'Aragona, sormontati da quello di papa Alessandro VIII, a ricordare a tutti la loro diretta ascendenza; ai fedeli che entrano nella chiesa evidenziano un portale che con due coppie di leoni affiancati richiama l'immagine di un'antica cattedrale, confermata anche dalla simbolica mitra vescovile scolpita su quella stessa pietra; a chi si appresta a varcare la soglia del monastero sbarra l'accesso con un pesante portone in legno, saldamente protetto da una chiusura metallica costituita da una toppa e un chiavistello fuori misura, emblematicamente raffiguranti la mitra e il pastorale. Infine, per chi sa leggere le carte, a notai e procuratori è affidato il compito di fissare per l'oggi e per il domani le norme, le procedure, i cerimoniali del nobile, potente, "venerabile Monistero delle Signore Benedettine di Conversano".
Dunque, tutto è ormai noto, chiaro, accertato? Diciamo che gran parte di questa storia oggi è conosciuta. Ma non mancano occasioni e circostanze per rileggere, aggiungere, precisare: gli scavi recenti negli ambienti destinati a museo, il rilievo grafico dell'intero complesso architettonico, la risistemazione di ampi e numerosi ambienti, il restauro degli altari seicenteschi nella chiesa, la rivisitazione del corposo patrimonio dei beni mobili, sono tanti campi di lavoro per studiosi di storia e di arte.
E si aggiungono molti e diversi 'documenti' da esaminare: i cocci antichi e moderni venuti alla luce, le strutture in fondazioni e nell'alzato dei muri, le tracce di affreschi inaspettatamente affiorate, i dettagli offerti dalle puliture e dai restauri, i particolari rivelati dall'uso accorto dei nuovi strumenti tecnici. Tutto, considerato da specialisti consapevoli, unito in un discorso d'insieme, finalmente si dispone in modo nuovo e piano al racconto: si procede così, attraverso i numerosi contributi che compongono le parti del catalogo e, poi, costruendo il percorso e gli 'itinerari' della mostra.

puoi visualizzare qui gli articoli su San Benedetto pubblicato sulla rivista:
LIDEA: il tuo amico di carta - Monstrum Apuliae - febbraio 2015

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